mercoledì 11 giugno 2014

Luoghi augustei delle Marche (Progetto CAI-Sentieri di storia)



Più il soldato si avvicinava al luogo che gli era stato indicato da Augusto, più si accorgeva della diversità del paesaggio rispetto a quello del Lazio, da dove era partito; le colline erano pendii dolci e placidi, sommersi, d'estate, da fiumi dorati di grano, e d'inverno toccati da ciuffetti d'erba verde. Il terreno non era tufaceo, come quello del suo territorio natale, ma argilloso, e quando pioveva, si formava una pappetta grigiastra, o marroncina, che si appiccicava un po' alle dita se la si faceva colare tra di esse. Quando, invece, da piccolo viveva su un colle di tufo, dopo e durante la pioggia scendeva giù da esso un serpente sabbioso di polvere, color nocciola, denso. Le colline che ora stava fiancheggiando non erano piccole, nervose, sconnesse, quasi convulse in certi punti e sfregiate da selvette scompigliate ed anoressiche, come quelle della zona dalla quale egli proveniva, ma maestose, calme e solenni nel loro salire, adagio, raggiungendo un punto più alto per poi raggiungere la cima, breve distensione che porta ad un discendere,moderato ed equilibrato, come se una mano di Fidia stesse plasmando tutto ciò dalla sua argilla. Augusto l'aveva mandato là, verso Ancona, perchè gli aveva assegnato un lotto di terra nei dintorni di questa città; infatti, si era spesso distinto per l'abilità mostrata nelle battaglie, e non aveva più l'età per lavorare nell'esercito, ma era contento di poter trascorrere, forse, una tranquilla vecchiaia nel suo nuovo podere. Ad un certo punto, vide il mare. Lui il mare non l'aveva mai visto. L'unica descrizione che aveva avuto di esso era quella datagli dal nonno, al quale era stata data a sua volta da suo padre, il bisnonno del soldato, che aveva combattuto nella flotta romana durante la seconda guerra punica. Là, verso Cartagine, il mare era plumbeo, pesante, scuro. Occhio di aquila di mare. Quello che si trovava davanti ora era cristallino, vivace e luminoso, come le scaglie dei pesci trafitte dai raggi del sole . Prima di raggiungere la sua nuova dimora, decise di fare un giretto nella città a cui si stava avvicinando, Ancona. Così, spronò il suo cavallo. 


Ora, stavano calpestando una via detta "Degli Orefici", informazione questa ottenuta da una signora a cui il soldato aveva chiesto in che punto preciso della città si trovasse ora. Sempre da lei venne a sapere che questa via dal porto, nei quali dintorni era egli, conduceva al foro. Lui ringraziò e proseguì il percorso. Costeggiando i bordi del porto, affollati da pescatori, dedusse dal discorso di uno di loro che a sud di Ancona si trovava un'altro importante centro marittimo, chiamato Numana che, a detta di un altro marinaio, quella mattina aveva portato qua un sacco di pesce in più del solito. Andando avanti, si trovò in una via piccola e stretta, ma in cui la luce scendeva,creando un can can di ombre, danzanti sui mattoni arrostiti dal sole e sull'intonaco screpolato. Salendo, trovò un edificio un pochino più largo degli altri, e, dalle urla e dai gesti due giovani, capì che quella casa si chiamava "Prestilio Domus", e che i due giovani si sarebbero incontrati lì fra poco, ma ciò non gli interessava più di molto.Vide che nei dintorni c'erano delle terme, abbastanza piccole, ma promettevano un buon ristoro. No, erano piene, ed avrebbe preferito andarci u altro giorno, con più calma. Era verso mezzogiorno. Il caldo iniziava a farsi sentire, ed il sadico gioco della grande vicinanza del mare a lui non aiutava di certo. Quindi si fermò ad un piccolo abbeveratoio; l'acqua che sgorgava da lì proveniva da una cisterna che si trovava sopra ad una delle più grandi fontane di Ancona, che alcuni viaggiatori che si erano trovati a bere con lui descrivevano come lunghissima, con ampie vasche e decorata con visi grotteschi che sputavano acqua. La chiamavano "Fontana delle Tredici Cannelle". Dopo essersi abbondantemente abbeverati, lui ed il cavallo, e dopo aver riempito le borracce, si rimisero in cammino verso il foro, sempre seguendo la via degli orefici. Dopo aver percorso una salita piuttosto ripida e tortuosa, si trovò all'interno del foro. Le sue colonne erano piuttosto distanziate tra loro, ed erano marrone sabbia; dietro di esse, sotto un grande tetto con le travi di legno, si svolgevano molte attività: vendita di stoffe, alimentari, elementi edili e molto altro, il tutto insieme ad un festante vocio. Davanti alla piazza, come a sembrarne l'unica uscita possibile, si ergeva in tutta la sua monumentale mole l'anfiteatro. Come un acrobata in bilico su un filo, esso si trovava sull'orlo di un burrone, facendo lottare il precipizio ed il solido terreno, come combattevano i gladiatori al suo interno; questi, tra la vita e la morte, gli spettatori tra la stabilità e la caduta. Il tutto con vista mare. Gli ingressi, di proporzioni ciclopiche, sembravano muscoli di titani che reggevano tutto l'anfiteatro, con le grida ebbre di sangue che il pubblico sputava, eccitandosi, evidentemente, della morte di alcuni uomini ed animali sotto i loro occhi. Tutto in diretta. Seguendo un iter dal profano al sacro, lui e l'ormai stoico destriero si diressero alla volta del tempio di Venere. Dopo l'ennesima salita adornata di arbusti d'un verde bottiglia, si trovarono di fronte ad un edificio etereo. Colonne come fili di Parche, filati incessantemente dal sole, dal vento, dall'acqua e dalle mani che le toccavano. Tremori dovuti alla sacralità del luogo scuotevano lievemente questi fili, quando delle mani cullate dalla devozione si appoggiavano ad essi, cambiate dalle verità o dai dubbi ricevuti. Questo tempio donava la vista della sua entrata alla città, con tutte le sue realtà dominate da una, quella del tempio, della sua inquilina e destinataria, insieme alla sua bella famigliola con svariate residenze situate per tutta l'Italia e tutta la Grecia. Se questa realtà non dominava, era comunque una delle più importanti; confermò ciò il soldato, che entrò dentro e pregò; le sue preghiere danzavano in un girotondo delle orazioni delle altre persone che erano vicino a lui e che facevano, almeno apparentemente, la stessa cosa. Se in alcune situazioni, come questa, si è tutti d'accordo- pensò il soldato- allora perchè non lo si è in molte altre? Perchè il mio bisnonno è morto con una freccia punica nell'occhio, perchè ha ucciso altri uomini perchè punici, perchè mio nonno ha partecipato allo sterminio dei Galli ribelli, perchè mio padre ha combattuto contro altri romani e mi ha odiato perchè ho scelto un altro schieramento, sempre composto da loro?Perchè io sono ancora vivo? Perchè ho ucciso e non sono stato ucciso. Potevano uccidermi, dopo la guerra civile, come hanno ucciso mio padre, con una pugnalata alla schiena. Lui stava con Pompeo. Io con Cesare. Lui ha combattuto molto più di me, era un veterano, io ero da poco entrato nell'esercito cesariano quando la guerra civile finì, con la sconfitta di Pompeo e la morte di molti uomini ed animali. Ho scelto la parte giusta. Sono vivo per concessione. Eccola, la mia vita.Ho un ricevuto un podere perchè sono stato bravo ad uccidere ed ho avuto molte idee su come farlo. Ma se si becca per strada un ladro che ruba della frutta ad un mercato, viene ucciso, mentre io assassino sono qui con un grosso premio in tasca. Vivo perché sono un mercenario dello Stato, che mi dice di essere un servitore della "Patria"; vedo che i mercenari servono a molti.Vivo perchè un uomo che ha ucciso più di me non mi ha ucciso, visto che l'ho aiutato ad uccidere altre persone, e perciò ha deciso di uccidere altre persone. Che hanno comunque ucciso. E che se il loro capo uccisore avesse vinto uccidendo più vite dell'altro, forse io sarei stato ucciso insieme a molte altre persone, sempre perchè lui ha ucciso più di noi. Chi più uccide, più vive. Bello,eh? Eppure, siamo tutti sotto lo stesso tempio di una che crediamo un basamento della società ed una fonte di vita, noi, che le vite le togliamo. Qui sotto pregano pompeiani scampati e cesariani scampati pure loro, pregano carnefici e nascono congiure, sotto lo sguardo amorevole di Venere. Alla quale non importa assolutamente niente di tutte queste cose, visto che è in grado di far scannare tra loro migliaia di persone a Troia per una donna, seppur bellissima. Questi pensieri vennero interrotti dalle preghiere pronunciate ad alta voce da alcuni pescatori che chiedevano alla dea di favorirgli una pesca fruttuosa e di farli tormare a casa, dal mare, sani e salvi. Era ormai pomeriggio inoltrato. Il soldato, con il suo cavallo, discese la strada e seguì di nuovo il percorso compiuto in precedenza, finchè non fu campagna e collina.


Il soldato non fece in tempo a vedere una tomba monumentale, portata a termine dopo la sua morte, come anche l'Arco di Traiano, svettante alloro di divina eleganza. Non saprà mai, ma forse sospettò, che molti oggetti dell'epoca in cui è vissuto e che forse sono stati anche utilizzati da lui stesso ora sono conservati al Museo Archeologico Nazionale delle Marche. E, se guardiamo bene, forse in Via degli Orefici, all'ex-tempio di Venere e nell'anfiteatro, possiamo vedere le tracce sue e del suo cavallo.







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