venerdì 29 aprile 2016

La storia attraverso i manifesti: La repubblica Cisalpina

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Trovi qui di seguito la tua descrizione/presentazione dei documenti tratta da Le fonti della storia/15 La Nuova Italia, 1976



GIORGIO BOCCOLARI LA REPUBBLICA CISALPINA


Anche a Ferrara i poteri furono assunti dal Consiglio dei Centumviri, e successivamente da una Amministrazione centrale del ferrarese che governò l'intera provincia.
Di fronte ad una cosi improvvisa e irreversibile situazione, la Corte romana stipulava una tregua con la Francia accettando gravissime imposizioni.
Di li a poco riprendevano le operazioni militari contro l'Austria che, verso la fine di luglio, aveva inviato in Italia il vecchio e stimato maresciallo Wurmser col compito di raccogliere e riordinare i resti dell'esercito del Beaulieu. Bonaparte subì alcuni rovesci, per i quali però non si perdette d'animo, ma subito contrattaccò, riportando due grandi vittorie a Lonato (3 agosto 1796) e a Castiglione (4-5 agosto), cosicché il Wurmser fu costretto a ritirarsi nel Tirolo. Successivamente, con una decisiva vittoria a Primolano (7-8 settembre), Bonaparte costringeva il vecchio maresciallo, con seimila dei suoi, a rinchiudersi in Mantova, dove la guarnigione austriaca venne cosi a sommare ventimila uomini. Queste grandiose e fulminee vittorie accrebbero enormemente il prestigio del giovane generale, facendo cadere" le speranze dei nemici della Francia che finirono per sottomettersi ai voleri del Direttorio.
La politica del governo di Parigi, che era aliena dal far sorgere in Italia troppo grandi speranze e tendeva piuttosto a comprimere le aspirazioni unitarie dei patrioti, contrastava con l'azione di Bonaparte, il quale, pieno di entusiasmo per i successi ottenuti, non lesinava le promesse di indipendenza e di unità e in tal modo infiammava gli animi di coloro che alla libertà guardavano come al più gran bene. Intanto era avvenuto un fatto che, se pure di limitata importanza in se stesso, finì per avere un gran valore per l'evoluzione dei successivi avvenimenti italiani. Nessuna città era ancora spontaneamente insorta contro il propria governo; la prima a darsi un governo autonomo fu Reggio Emilia, che si staccò dalla reggenza estense.
La città nutriva da molto tempo un sordo rancore verso il Duca di Modena e verso Modena stessa, nella quale vedeva la città capitale e quindi ricca di quei privilegi che ad essa erano negati.

A Reggio Emilia si innalza, il 26 agosto, l'albero della libertà

Così a poco a poco venne maturando, insieme con l'idea di uguaglianza, quella di libertà, che attendeva solo l'occasione propizia per esplodere. Ad esacerbare l'animo dei cittadini, fra cui erano spiriti severi come Agostino Paradisi, Antordo Re, Giacomo Lamberti, Giovanni Pantani, contribuì la notizia del vergognoso armistizio concluso dal loro Duca, Ercole III con Bonaparte, con l'impegno a pagare una fortissima somma. Perciò essi inviarono una deputazione di cittadini al generale, per esprimergli il desiderio unanime di costituire a Reggio una repubblica indipendente. Bonaparte li consigliò alla calma, mentre la Reggenza di Modena ìnviava a Reggio milizie modenesi per contenere la ribellione. Davanti a questo atto di sfiducia, la mattina del 26 agosto 1796, nella piazza Maggiore della città, veniva innalzato l'albero della libertà, simbolo della rivendicata autonomia cittadina, mentre il Senato legalizzava la pacifica rivoluzione, che si concludeva senza intemperanze e fra manifestazioni di gioia. Le milizie ducali dovettero sgombrare, fu creata una guardia civica ed eletto un podestà, mentre si chiedeva la protezione di Bonaparte. I Reggiani si garantirono nuove libertà economiche, e miravano intanto ad accordi con la vicina Lombardia. Infatti, in settembre, fu inviata a Milano una delegazione per esporre un programma di unione: le accoglienze furono fraterne e accompagnate da grandi promesse. I Reggiani ebbero anche occasione di dare prova delle loro virtù militari, sconfiggendo a Montechiarugolo un distaccamento austriaco che minacciava il territorio di Correggia. Nell'anno successivo Foscolo dedicò a Reggio la sua ode A Bonaparte liberatore.
La fierezza civica e i sentimenti unitari manifestati dai Reggiani contribuirono a convincere il generale che in Italia esistevano forze preziose che non si dovevano trascurare, mentre nella sua mente prendeva sempre più consistenza l'idea di dar vita ad una grande repubblica che si estendesse da Milano a Bologna. Cosi egli ruppe la tregua con Ercole III, e a Modena, 1'8 ottobre, il Commissario del Direttorio, in nome della Repubblica francese, dichiarò soppressa la Reggenza, che fu sostituita da un Comitato di governo provvisorio. Nello stesso giorno veniva creata a Modena la Municipalità.

Il Congresso di Modena proclama la Confederazione Cispadana

Lo scopo di Bonaparte era quello di suscitare i sentimenti patriottici dei popoli dell'Emilia per renderseli amici, cosi da avere le spalle sicure nella lotta che si accingevano a riprendere contro l'Austria; questo scopo poteva considerarsi avviato a buon fine. Con abilità riuscì a fare in modo che i governi provvisori di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio si unissero a congresso a Modena allo scopo di costituire la federazione delle quattro repubbliche e decretare l'ordinamento di una legione italiana. Il Congresso di Modena, adunatosi il 16 ottobre 1796, proclamò la Confederazione Cispadana, che fra l'entusiasmo dei molti si richiamò alla « immortale Lega Lombarda » (documento n. 4). Durante i tre giorni del Congresso, fu inviato un appello a tutti i popoli d'Italia per invitarli a partecipare al movimento unitario e venne istituita una legione italiana. In realtà però rimanevano ancora, sia fra le due città estensi che fra le due pontificie, le antiche rivalità campanilistiche, che alimentavano la comune preoccupazione di pericolose disparità di diritti politici e di interessi locali; perciò l'unione proclamata si limitò per il momento ad una semplice lega militare, e si rimandò la discussione più dettagliata dell'ordinamento confederativo ad un successivo congresso da tenersi a Reggio nel novembre.

Le legioni lombarde adottano la bandiera tricolore

Le vicende di Reggio suscitarono un vivo desiderio di emulazione specialmente a Piacenza, la quale per la sua posizione geografica impediva la saldatura fra la repubblica lombarda e la cispadana. I patrioti piacentini allora cercarono di manifestare la loro simpatia e i loro sentimenti di attrazione verso le due vicine repubbliche; così il 5 ottobre, in occasione del passaggio dei Reggiani sul Po, i quali accompagnavano a Milano gli Austriaci catturati a Montechiamgolo, non esitarono ad organizzare manifestazioni di solidarietà e di gioia che si protrassero anche nei giorni seguenti, ricollegandosi ad analoghe manifestazioni unitaristiche promosse a Milano. Bonaparte però non poté assecondare le aspirazioni libertarie di Piacenza, in considerazione della pace conclusa dal Direttorio col Duca, e quindi i giacobini di questa città furono costretti ad andare esuli a Milano, dove continuarono a propagandare le loro idee democratiche. Intanto, accanto alla legione cispadana organizzata dalle quattro città emiliane, Bonaparte aveva organizzato anche in Lombardia due legioni, le quali adattarono il tricolore bianco rosso e verde, e che ben presto avrebbero avuto il battesimo del fuoco combattendo accanto alle soldatesche francesi. Dopo l'ultima sconfitta del Wurmser erano continuati i maneggi politici del Direttorio alla ricerca della pace, tanto più che la Francia era stanca della guerra ne l'Austria era del tutto aliena dall'intavolare trattative. Il Bonaparte,
dal canto suo, uomo soprattutto di guerra e più fiducioso nella forza delle armi che in quella della diplomazia, non concordando con le prospettive del Direttoria, si accingeva a riprendere le operazioni militari. D'altra parte l'Austria aveva allestito due nuovi eserciti, uno nel Friuli al comando del generalissimo Allvintzy, e uno nel Tirolo sotto il' Davidowich. Dapprima l'esercito francese, notevolmente inferiore di mezzi e di uomini, dovette subire la superiorità del nemico, ma poi, in uno scontro accanito contro le forze dello Allvintzy nei pressi del ponte di Arcole, Bonaparte riusciva a costringere gli Austriaci a cedere il campo e a ritirarsi a Montebello. La battaglia era durata ben tre giorni, dal 14 al 17 novembre 1796 ed era costata agli Austriaci laperdita di 18.000 uomini. Il Davido
wich dal canto suo, nonostante i parziali successi, si era ritirato a Rovereto (documento n. 5).

Posate momentaneamente le armi, Bonaparte rivolse la propria attenzione alle cose della Cispadana; seguendo la sua politica alterna di moderatore e di animatore di energie dettata dalle circostanze locali e insieme dalle esitazioni del Direttorio, non poteva lasciarsi sfuggire la passione che fremeva
intorno a lui con aspirazioni di granolezza fortemente tentatrici; quindi autorizzò la convocazione a Reggio di quel Congresso preannunciato fin dall'ottobre, e permise ai Lombardi di inviare propri rappresentanti alle sedute.

Il Congresso di Reggio acclama la creazione della Repubblica Cispadana

Il Congresso di Reggio E. si adunò il 27 dicembre 1796 sotto la presidenza di Antonio Aldini e fu la prima assemblea politica italiana costituita da rappresentanti eletti. Il 30 dicembre i delegati delle città emiliane acclamavano l'unione delle quattro province in una sola Repubblica una e indivisibile detta Cispadana, mentre nel clima di generale entusiasmo, il gen. Marmont, inviato dal Bonaparte, pronunciava a suo nome memorande parole. Il Congresso cispadano indirizzò un vibrante manifesta alla popolazione per informarla della avvenuta costituzione della Repubblica (documento n. 6). Il manifesto contiene i soliti elogi d'obbligo per i francesi, oltre alle consuete espressioni libertarie: « Fugge la schiavitù da queste contrade; fremono, e impallidiscono i tiranni, che prima vi deridevano. Il mondo intero tiene l'occhio sopra di voi, ed ansiosa l'Italia attende che voi le ridoniatE quell'antico splendore, che la rese grande, e onorata presso le nazioni ».
Nel Congresso prevalevano i moderati, e non mancavano i reazionari, ma la minoranza democratica riuscì a fare inserire una frase, riferita ai Lombardi venuti a portare all'assemblea il proprio saluto, in cui si auspicava, sia pure vagamente, una più grande repubblica: « Possano essi imitarci, come noi lo
bramiamo ardentemente, e possano talmente collegarsi con la nostra Repubblica, che indarno presuma poscia la tirannia ch'incatenare l'Italia ». Nell'ultima seduta, il 7 gennaio 1797, veniva adottato, quale emblema della nuova Repubblica, il tricolore bianco rosso e verde.
Ma, come era bene apparso durante le discussioni del congresso, le gare e gli odi municipali non erano ancora del tutto scomparsi; quindi il Bonaparte stesso, resosi conto della situazione, giunse improvvisamente a Reggio il 9 gennaio 1797 e l'Aldini, per suo ordine propose che fosse sospesa l'organizzazione del governo centrale, e che continuassero a funzionare i vecchi governi in attesa che fosse approvata la nuova costituzione. L'assetto amministrativo dell'unione cispadana fu cosi rinviato ad altro tempo. D'altra parte si può ritenere che Bonaparte, in vista di una ripresa della guerra che appariva imminente, preferisse poter contare su una situazione politica definita e sicura, e comunque tale da non presentare alcun serio pericolo per l'armata francese. Il Congresso cispadano si riunì nuovamente a Modena dal 21 gennaio al 1° marzo 1797; in pratica esso divenne una Assemblea Costituente che elaborò l'unica costituzione di quegli anni non imposta dai francesi; essa tuttavia risultò molto simile alla Costituzione francese del 1795, di cui anzi accentuò il carattere conservatore.

La battaglia di Rivoli: Bonaparte sbaraglia l'esercito austriaco


Gli Austriaci, intanto, si accingevano a tentare un nuovo e più energico sfor" zo nel tentativo di sconfiggere definitivamente Bonaparte per poi congiungersi con l'esercito pontificio. Il generale non tardò a comprendere che la chiave di tutta la campagna stava sulle alture di Rivoli, dove si sarebbero dovute congiungere le forze dell'Allvintzy che scendevano dalla valle dell'Adige e dal Monte Baldo; e infatti riuscì a battere separatamente tutte le schiere austriache, con una battaglia che fu tra
le sue migliori (13-16 gennaio 1797). Poi, dopo avere sbaragliato lo stesso Allvintzy, trascinato dai fuggiaschi, lanciò i suoi generali Joubert e Berthier all'inseguimento dell'armata in sfacelo, mentre egli si volgeva verso Mantova dove resisteva ancora il vecchio Wurmser; che però si arrese di lì a poco (2 febbraio 1797) (documento n. 7). Incaricato il generale Serrurier di prendere possesso della città ridotta allo squallore dal lungo assedio, Bonaparte rivalse la sua attenzione allo Stato Pontificio, che evitava di rispettare le clausole della tregua e di concludere la pace, tentando invece di stringere segreti accordi con l'Austria. Il Bonaparte si affrettò a dichiarare guerra alla Corte di Roma, agendo però con cautela, perché vedeva nella Chiesa una forza necessaria alla realizzazione del suo programma politico e pertanto, nel suo proclama, si dichiarava protettore della religione e del popolo romano, e fedele alle massime del cattolicesimo, aggiungendo contemporaneamente di essere deciso a punire con severità chi avesse compiuto atti ostili contro l'Armata francese. Il manifesto di Bonaparte (documento n. 8) ci ricorda però il brutale spirito di sopraffazione e di violenza che animava il futuro imperatore: sarebbe stata bruciata la città che volesse chiamare a raccolta i suoi cittadini con le campane per resistere, e i suoi dirigenti fucilati; se un francese sarà assassinato, saranno presi ostaggi. Il generale Colli, capo .delle poche forze pontificie, dispose la maggior parte dei suoi uomini a Castel Bolognese, sulle sponde del Senio; Bonaparte gli lanciò contro, insieme con una sua divisione, le truppe della Legione lombarda organizzata dai Cispadani. La battaglia, se cosi si può chiamare, avvenne il 2 febbraio 1797, e subito i pontifici si valsero in fuga quasi senza combattere. Bonaparte non infierì ed anzi, lusingati con prospettive di Alberta i prigionieri, li lasciò poi andare, perché portassero il suo messaggio alle altre città; infatti Faenza, Forlì, Cesena, Rimini, Fano, rassicurate, aprirono le porte ai Francesi, i quali poterono avanzare poi agevolmente nelle Marche e nell'Umbria, occupando Ancona, Macerata, Tolentino da un lato,
Perugia e Foligno dall'altra, e facendo grande bottino. Il generale Marmont spogliava al Santuario di Loreto, inviando a Parigi addirittura l'immagine venerata della Madonna. A questo punto, vedendo che Roma stessa era minacciata. Pio VI si decideva a intavolare trattative di pace con la mediazione del principe Pignatelli; un trattato venne sottoscritto a Tolentino il 19 febbraio 1797 (documento n. 9).

Il trattato di Talentino: la prima breccia nel potere temporale

In base ad esso Pio VI si impegnava, fra l'altro, a sciogliere il proprio esercito, a cedere Avignone, il Contado Venassino e le Legazioni di Bologna, di Ferrara e di Romagna, a consegnare opere d'arte e a pagare un nuovo contributo di guerra del valore di trenta milioni, conservando però la sovranità su Roma e sull'Umbria. Bonaparte non si curò di entrare nella Città eterna, e mandò in sua vece il generale Marmont con una lettera indirizzata al Pontefice piena di espressioni di deferenza e di rispetto. Il Trattato di Talentino segnava la prima, profonda breccia nel potere temporale dei Papi.
La guerra nell'alta Italia contro il rinnovato esercito austriaco, guidato dal giovane arciduca Carlo, fratello dello stesso Imperatore, si riaccendeva ora con nuovo vigore. Il Bonaparte aveva ricevuto rinforzi e disponeva di circa 75.000 uomini, parte dei quali lasciò nella Cispadana e nel Veneto per avere sicure le spalle, mentre con gli altri mosse contro il nemico accampato fra il Tagliamento e il Piave. Con abili manovre di aggiramento e grazie ad alcune fortunate battaglie, il generale venne in
breve a trovarsi in una posizione di superiorità nei confronti dell'esercito austriaco, tanto più quando, fallita una prima proposta di pace, riuscì a spingersi con le truppe fino a Leoben, e con le avanguardie fino al Semmering, a circa cento chilometri da Vienna, che era cosi direttamente minacciata (7 aprile 1797). La situazione sembrava favorevole al Bonaparte, ma in realtà il pericolo che incombeva sui Francesi non era trascurabile considerato che la situazione nel Veneto era tutt'altro che tranquilla e che gli Austriaci avrebbero potuto piombargli alle spalle attraverso il Tirolo e il Trentino. D'altra parte anche sull'Impero incombeva una grave minaccia, cioè che le forze francesi del Reno avanzassero per congiungersi col Bonaparte. A Vienna poi regnava la più grande confusione e la Corte non nascondeva i preparativi di fuga. Solo il generale Thugut, il principe della guerra, conservava tutto il proprio sangue freddo e consigliava la resistenza, ma inutilmente, perché infatti venivano inviati a Bonaparte i generali Bellegarde e Merveldt a chiedere una tregua di cinque giorni, tregua che fu poi prolungata fino al 18 aprile, dopo di che iniziarono i negoziati preliminari per la pace.
A Leoben convennero i plenipotenziari austriaci, Merveldt, il marchese Gallo, ambasciatore napoletano, e il barone Vincent, mentre, per la Francia, il Bonaparte, senza attendere l'inviato del Direttorio Clarke, designava se stesso plenipotenziario e dava inizio alle trattative per imporre alla Francia la propria volontà; il 18 aprile 1797 furono sottoscritti i preliminari di pace (documento n. 10).

I preliminari di Leoben: i territori italiani sono un mezzo di scambio

I cosiddetti e famosissimi Preliminari di Leoben sono quanto mai significativi per la conoscenza dell'evoluzione della politica di Napoleone; infatti, mentre il Direttorio considerava i temtori italiani come un mezzo di scambio per giungere all'ambito possesso della riva sinistra del Reno, Bonaparte vedeva in essi una conquista personale e con questo spirito condusse le trattative con l'Austria. Questa infatti era più incline alla cessione delle terre italiane che di quelle renane, la cui perdita costituiva un grave pericolo per l'integrità dell'Impero; perciò il Bonaparte non esitò a condurre le trattative su questa linea che, se non coincideva con le istruzioni del Direttorio, soddisfaceva però le sue ambizioni personali.
Secondo le clausole palesi del trattato si prevedeva, a favore della Francia, la cessione del Belgio e il riconoscimento dei « confini decretati dalle leggi della Repubblica », frase ambigua con la quale si voleva lasciare qualche illusione sopra i confini naturali; inoltre, a favore dell'Italia, era prevista l'indipendenza della Lombardia e, a favore dell'Impero, una indennità da stabilire al momento della conclusione della pace definitiva. Esistevano però alcuni articoli segreti secondo i quali questa indennità a favore dell'Austria consisteva nei territori veneziani compresi tra l'Oglio e l'Adriatico, l'Istria e la Dalmazia. mentre il rimanente territorio della Repubblica Veneta avrebbe formato una Repubblica unendosi con la Lombardia, Modena, Reggio e Massa Carrara. Le Legazioni di Romagna, Bologna e Ferrara avrebbero compensato Venezia delle gravi mutilazioni al di là dell'Oglio.
Appare così chiaro che i Preliminari di Leoben risultavano diametralmente opposti ai motivi ispiratori della rivoluzione e al diritto dei popoli a disporre di loro stessi, che fino a quel momento era sempre stato tenuto presente nei trattati sottoscritti dalla Repubblica Francese.
Intanto il Senato veneto, ignaro di quanto si andava preparando a suo danno e dovendo sostenere le mire dell'Austria da un lato, e quelle della Francia dall'altro, ritenne opportuno attenersi alla neutralità disarmata. Ciò non impedì che i territori della Serenissima restassero in balia degli eserciti nemici, particolarmente francesi, i quali operavano a loro piacimento fra l'odio delle popolazioni fedeli a San Marco. Non mancavano tuttavia individui che, o per interessi personali o per amore di novità, erano inclini a ribellarsi all'antico governo, in ciò spalleggiati dai comandanti francesi; costoro riuscirono in breve .tempo a distaccare dai domini di San Marco varie province, fra le quali Bergamo, Brescia, Crema. In tal modo sorsero altrettante municipalità animate da uno spirito di indipendenza che rendeva sempre più evidente la frantumazione di ogni vincolo statale insieme con il crollo del regime aristocratico. Il contrasto tra l'anima della Venezia oligarchica e senatoria e l'anima della Venezia plebea e rurale appariva sempre più evidente: di fronte alle accuse sempre più violente del Bonaparte, che conduceva la sua politica di aggressione sovvertitrice traendo pretesto da qualsiasi insignificante episodio, vero o simulato, I'aristocrazia, sempre in preda alla paura e allo sgomento, chinava il capo rassegnata; viceversa il popolo manifestava, con slanci generosi di rivolta, la sua volontà di salvare la secolare indipendenza. L'episodio più clamoroso si ebbe il 17 aprile 1797 quando i Veronesi, indignati per una ennesima provocazione del Bonaparte, insorsero massacrando quanti francesi poterono raggiungere (Pasque Veronesi); due giorni dopo un nuovo incidente, il cannoneggiamento di una nave francese, il Libérateur d'Italie, inaspriva ancor più la collera di Bonaparte.
Cosi questi, ritenendo giunto il momento di concludere il proprio giuoco. il 12 maggio 1797 costrinse il Senato veneto a sciogliersi, mentre al Maggior Consiglio succedeva un'assemblea municipale provvisoria; il 14 i Francesi entravano in Venezia e il 15 il Doge Manin abbandonava il Palazzo e la / città (documento n. 11). Nello stesso tempo gli Austriaci occupavano l'Istria e la Dalmazia nonostante le proteste del nuovo governo di Venezia per l'usurpazione. Con metodi analoghi Bonaparte riuscì, nello stesso tempo, a creare a Genova una Repubblica democratica, che fu detta Ligure e che, naturalmente, cadde subito in potere della Francia (14 giugno 1797).

Bonaparte matura il grande disegno del Regno d'Italia


Abbattuta Venezia, Bonaparte pensò a organizzare la Lombardia e costituirvi una repubblica democratica, mentre si

prendeva riposo dalle fatiche della guerra a Mombello, in Brianza, dove aveva collocato la sua corte nel piacevole soggiorno di Villa Crivelli. Centro della azione rivolu2Ìonaria era Milano, dove confluivano da tutta la penisola i capi

del movimento unitario per discutere

le diverse tendenze politiche e per trovare i punti d'accordo. Qui si annullavano le antiche rivalità municipali, e

le repubbliche sorte al di qua e al di

là del Po manifestavano la loro ansia di costituire una più vasta famiglia che, nel segreto pensiero di molti, sarebbe stata il preludio dell'unione nazionale.

Il sentimento unitario era molto forte.




addirittura più forte del sentimento repubblicano di cui anzi condizionava la esistenza. Bonaparte se ne rendeva conto e nelle giornate di Mombello concepf un grande disegno che preludeva a quello che più tardi egli chiamerà

Regno d'Italia.

Al momento esistevano in Italia tré stati ben definiti dominati dalla Francia.

Le repubbliche Veneta e Cispadana e la

Lombardia; di esse però solo la Cispadana era organizzata costituzionalmentè dal 26 aprile 1797, giorno in cui aveva inaugurato a Bologna il suo parlamento — che fu il primo parlamento

italiano eletto con liberi suffragi da comizi popolari, sulla base della costifìuione votata al Congresso di Modena.

Le insisterue dei patrioti perché questi tré organismi si fondessero in una unica repubblica si facevano di giorno

in giorno più pressanti e Bonaparte ancara non si esprimeva con chiarezza pur

lasciando nutrire grandi speranze; i preliminari di Leoben avevano complicato notevolmente la soluzione del problema unitario. Poi, ai primi di maggio, le speranze di tutti parvero essere in procinto di avverarsi. Il generale aveva

partecipato agli amministratori nella

Lombardia la sua volontà, precisando anche le sue particolari intenzioni sulla nomina del governo; aveva celato però

la necessità della spartizione della Cispadana. Un « avviso » riproduce una

lettera del Sommariva che, con accenti commossi, informa un amico della grande notizia: ci sarà nella Valle Padana una grande repubblica (documento n.

12). Ma quando il Bonaparte ofdinò che Modena, Reggio e Massa Carrara si staccassero dalla Cispadana e si unissero ai territori transalpini per formare

la tanto agognata Repubblica Cisalpina,

la delusione fu grande. Essi non sapevano che, fra gli accordi segreti di Leoben, era previsto, come dicemmo, che

le restanti terre della Cispadana, aggiunte alla Romagna, dovevano essere cedute a Venezia in compenso della

terraferroa che doveva passare all'Austria.

In mezzo a grandi feste si costituisce

la Repubblica Cisalpina

La proclamazione della nuova Repubblica Cisalpina, libera e indipendente, avvenne il 29 giugno 1797 (documento n. 13), mentre il 9 luglio il Presidente

Gian Galeazza Serbelloni e gli altri mèmbri del Direttorio esecutivo prestavano solenne giuramento e promulgavano la costitirzione in mezzo a grandi

feste e acclamazioni di gioia, alle quali

prese parte lo stesso Bonaparte (documento n. 14). Questa costituzione, sebbene apparisse come opera di un

Comitato redattore cisalpino, in realtà era stata imposta da Bonaparte ed era stata compilata sulla falsariga di quella

francese. Inoltre il generale, che aveva nominato i mèmbri del Governo e

del Corpo Legislativo, non esitò ad organizzare anche l'ammiriistraz'ione provinciate e dipartimentale {documento n. 15), i poteri giudiziali e l'istruzione

pubblica sull'esempio del Direttorio

francese, usurpando anche il diritto e




lettorale e nominando di sua autorità i mèmbri delle Amministrazioni centrali

dei diversi dipartimenti {documento n.

16); è da notare che costoro furono tutti scelti fra i borghesi e i professionisti; fra loro, infatti, troviamo awocati, giuristi, negozianti, banchieri. Furono esclusi i democratici più decisi.

Solenni cerimonie con splendide sceneggiature servivano ad attenuare l'efietto

di questi atti arbitrari. La libertà civile e politica della Cisalpina dunque era

più apparente che reale, come pure la sua indipendenza; i veri patrioti erano

delusi, ma non mancavano quelli che non volevano credere di essere stati

ingannati, mentre l'idea unitaria continuava a sussistere e si consolidava come programma d'azione attraverso innumerevoli petizioni di territori esclusi dalla Cisalpina, i quali cercavano di

forzare la mano a Bonaparte.

Questi, dopo qualche esitazione, cedettè, travolto dall'incalzare degli eventi: il

19 luglio la Repubblica bergamasca entrava a far parte della Cisalpina col nome di Dipartimento del Serio e il 27

luglio il Bonaparte dichiarava di accettare « l'off erta della riunione » dei popoli di Bologna, Ferrara e Romagna alla

Cisalpina (documento n. 17). Successivamente, essendo scoppiati gravi tumulti nei territori della VaIteUina soggetti ai Grigioni, ed essendo stati inviati al Direttorio Cisalpino e al Bonaparte

deputati che chiedevano aiuto e protezione, egli dichiarava unite alla Cisalpina anche le terre della Valtellina, di

Bormio e di Chiavenna (4 ottobre

1797).

A Venezia intanto non ci si era rassegnati alle usurpazioni perpetrate dal

Bonaparte, anche se quegli eloquenti episodi cominciavano a lasciar trapelare

qualche parte degli accordi segreti di

Leoben; la municipalità continuava a nutrire speranze e illusioni vagheggiando addirittura una confederazione di

tutta l'Italia settentrionale che avrebbe

dovuto comprendere la Repubblica Cisalpino e gli antichi domini di S. Marco.

Ma si trattava appunto di illusioni, perche il Bonaparte cercava solo la pace con l'Austria e non esitava ad agire con altezzosa indipendenza dalle istruzioni del Direttorio, il quale era stato

da lui aiutato a consolidare la propria

posizione politica col colpo di stato del

18 fruttidoro (4 settembre). In quella occasione il gen. Augereau, mandato appositamente a Parigi da Napoleone, aveva precluso ogni possibilità di ritorno al potere dei realisti ed aveva favorito I'epurazione del corpo legislativo e del Direttorio stesso. L'eco di quei

fatti era giunta fino a MUano e aveva

dato origine ad un proclama del Direttorio esecutivo della Cisalpina, col quale si minacciavano gravi sanzioni contro eventuali perturbatori dell'ordine pubblico (documento n. 18). 'Venezia è consegnata all'Austria; ma prima

Bonaparte depreda la città

Insamma il destino di Venezia era ormai segnato. Infatti, sul finire d'agosto, avevano avuto inizio le trattative di

pace con l'Austria, che si svolsero fra




Udine, residenza dei delegati austriaci, e Passeriano, dove Napoleone aveva

preso dimora nella villa dell'ultimo

Doge Manin, e si protrassero per più

di due mesi attraverso continue speranze di pace e frequenti timori di nuova guerra. Finalmente I'll ottobre si

potè giungere ad una prima intesa che si concretò col trattato firmato il 17 ottobre 1797 a Passeriano, ma datato

da Campofonnio, villaggio posto a meta strada fra Udine e la viUa abitata

da Napoleone, per porre fine ad intermmabili dispute di preminenza. In forza di questo trattato Venezia, insieme con altri temtori, veniva ceduta all'Austria, la quale dal canto suo riconasceva la Repubblica Cisalpina come stato indipendente (documento n. 19).

Prima di abbandonare Venezia, Bonaparte diede ordine di spogliare la città

di ogni cosa e infatti gallerie, chiese, archivi furono depredati; gli stessi famosi quattro cavalli di bromo, posti sul

pronao della basilica di S. Marco, vennero mandati ad Ancona per essere di

là trasportati a Parigi. Infine, dopo avere vuotato l'Arsenale, allontanate tutte

le navi e bruciato U bucintoro, le truppe

francesi uscirono da Venezia, dove, il

18 gennaio 1798, entrarono gli Austriaci.

Il 17 novembre del 1797 Bonaparte abbandonava l'Italia. ma prima di partire per la Francia, rivolgeva parole

di incitamento ai Cisalpini perché si dessero buone leggi, propagassero i lumi, rispettassero la religione, creassero un esercito nazionale e si rendessero sempre più consapevoli della propria forza c della dignità che si addice agli uomini

liberi. Ma di questa forza e di questa

dignità erano ben consapevoli i popoli

della Repubblica Cisalpina, come dimostra l'appello rivolto il giorno immediatamente successivo ai Rappresentanti

della Nazione, chiamati ad iniziare il loro compito con un giuramento di fedeità alla Costituzione e di sostegno alla

libertà e all'eguaglianza, « che già da

gran tempo stava scritto in caratteri indelebili nei loro cuori » {documento n. 20).

Bibliografia

Per una maggiore informazione potranno essere consultate le seguenti opere:

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G. Candeloro, Storia dell'ltalw moderna, I,

Milano, 1956. - - -,

Documenti

Biblioteca di storia moderna e contemporanea, Roma.

Doc. 2,^3, 5,^6, 7, 8, 10, 20: Archivio centrale dello Stato.